Purtroppo sembra essere questo il nuovo trend nella lotta alla "pirateria". Dopo la Francia e l'Inghilterra anche in Giappone si vuole far passare il principio secondo cui il miglior modo per combattere la pirateria è bloccare la connessione ad internet a tutti quelli che scaricano illegalmente materiale protetto da copyright. Unica nazione controcorrente sembra essere la Svezia, che invece propone di far pagare agli utenti una sovrattassa in base alla quantità di materiale coperto da copyright che viene scaricato da ogni singolo utente.
Questa volta l'iniziativa non partirebbe dal Governo, ma direttamente dagli Internet Service Providers. Sembra che gli ISP stiano subendo lamentele sempre più pressanti da parte dell'industria discografica, cinematografica e dei videogiochi, di conseguenza avrebbero deciso di intervenire in maniera drastica contro gli utenti che violano la legge.
Le quattro associazioni che rappresentano i più importanti ISP del paese si sarebbero già riunite per decidere le linee guida di questa nuova battaglia antipirateria: il primo passo sarà inviare un'e-mail agli utenti che hanno ripetutamente scaricato file protetti da copyright, se poi gli utenti proseguiranno la loro azione illegale, non tenendo conto dell'invito a desistere da parte del provider, allora scatterà il blocco della connessione ad internet.

Isamu Kaneko, ex assistente ricercatore dell'Università di Tokyo, è l'inventore di Winny: il più popolare programma di file-sharing giapponese. L'uomo è stato condannato a pagare 1.5 milioni di yen (€ 8.300) nella prima sentenza riguardante il file-sharing.
In Giappone gli utenti a "rischio", ovvero coloro che utilizzano programmi di file-sharing per scaricare musica protetta da copyright, sono stimati in circa 1.75 milioni.
Importante sottolineare però che l'iniziativa dei provider è "privata", ovvero il Governo Giapponese non ha proposto alcuna legge in tal senso, anzi, circa due anni fa un provider giapponese aveva intrapreso azioni di questo tipo nei confronti di alcuni utenti, ma fu costretto ad interrompere il suo operato perché il Governo affermò che questo tipo di operazioni violano la privacy degli utenti e sono perciò da considerarsi illegali.
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