Bloggare è comunicare? Facciamo bene ad affidare la nostra conoscenza ad internet?

1 feb
2007

Macchina da scrivere

Di seguito riporto un articolo, modificato e rivisto, che avevo scritto per un mio vecchio blog qualche anno fa. Spero che lo riterriate interessante ed attendo la vostra opinione.

Bloggare è comunicare?

Qualche tempo fa mi sono ritrovato a confrontarmi con una ragazza sulle motivazioni che spingono le persone ad usare accanitamente internet, e magari a creare un proprio spazio personale sulla grande rete.

Nei vari botta e risposta che hanno seguito il primo messaggio, dal quale era nato l'argomento blog, abbiamo scoperto che entrambi amiamo scrivere i nostri pensieri ed in qualche modo conservarli, anche se con modi e tempi molto diversi l'uno dall'altro.
Eppure lei non ha mai creato un blog, forse chissà, non ne creerà mai uno, ed invece esiste una molteplicità di persone che al contrario hanno un loro "sito personale" e lo gestiscono da tempo, anche se forse in vita loro non sono mai state aduse ad avere un diario personale, ne tantomeno a spargere pensieri e parole su pezzi di carta.

Ed in effetti un blog non è e non potrà mai essere un diario personale perché, pur se poco visitato, mancherà della caratteristica intrinseca del diario, ovvero l'estrema riservatezza dei contenuti che in esso vengono trascritti.

Chi conserva un diario lo fa per conservare se stesso, frammenti di memoria di ciò che è stato nel passato.
I diari sono la versione a parole delle nostre fotografie in technicolor, quelle che ogni tanto usiamo tirare fuori dal cassettone dei ricordi nei momenti di nostalgia.
L'oggetto antico, qualunque esso sia, diventa il mezzo attraverso il quale ricordare alcune tappe del viaggio della nostra vita che, nella cartina della memoria ormai sbiadita dagli anni che scorrono, non riuscivamo più a rintracciare.

Affidare la nostra memoria ad una database virtualmente più grande, collettivo, come è internet, può essere molto pericoloso, perché internet è una memoria friabile, altamente instabile.

Ormai lo scambio di informazioni è facile, veloce, ma all'opposto della comodità con cui riusciamo a salvare i nostri dati ed a trasportarli, si contrappone l'estrema facilità con cui riusciamo a perderli e renderli inutilizzabili.

Lo stesso click che salva un dato può trasformarsi in un click che lo cancella irreversibilmente.

Ed infatti, una volta la gente si scriveva lettere e le conservava, si faceva fotografare e custodiva il risultato sviluppato, ora invece ci scriviamo sms che spariscono appena la memoria del telefono è piena, e-mail che alla meglio durano fino all'acquisto di un nuovo computer, foto digitali che rimangono sugli hard disk di nostri PC (o su qualche sito di immagini on line) e che, come tanti altri file creati con i nostri avanzati word processor, spesso vengono perdute a causa di un semplice sbalzo di corrente o per lo smarrimento di una password.

Proprio oggi ho dovuto consolare un musicista, cliente disperato, che aveva perso quasi totalmente anni ed anni di composizioni salvate sul suo hard disk a causa di un black out.

A volte mi chiedo se l'era del silicio non sia paragonabile all'età della pietra.

Di quell'era infatti ci rimangono poche informazioni, graffiti sopravvissuti all'umidità delle grotte e qualche osso che, per puro caso, è riuscito a resistere alla furia dei millenni.
Così, forse, anche le informazioni di questa nostra epoca rischiano di essere perdute per sempre a causa di un upgrade andato male, di un virus particolarmente potente, di un sistema operativo che va in crash a causa di un insulso bug, a causa della chiusura improvvisa di un servizio on line a cui avevamo affidato i nostri dati.

Timori che sembrano crescere quanto più si assiste ad una crescita esponenziale dell'uso dei personal computer al quale purtroppo non corrisponde una pari crescita della“cultura informatica”, intesa non solo come capacità di utilizzo dei software, ma soprattutto conoscenza dei problemi relativi alla sicurezza e conservazione dei dati e capacità di tutelare la propria privacy e quella altrui.

Praticamente è come se gli “stampatori” di un tempo avessero deciso di vendere libri agli analfabeti affidando poi l'istruzione a persone che l'alfabeto lo stavano ancora imparando.

Ma tornando nello specifico, ovvero al tema che da il titolo a questo scritto, forse allora il blog è un luogo adatto ad esprimere le proprie opinioni ed i propri pensieri ed a renderli pubblici, può essere uno strumento adatto a chi ha un vezzo giornalistico e vuole a tutti i costi dire la sua sul mondo che lo circonda, può essere l'occasione per un poeta o uno scrittore di dimostrare le sue capacità narrative, ma la maggior parte dei blog non rivelano tali volontà da parte dell'autore, sono il più delle volte un insieme di pensieri, spesso banali o riciclati, sparsi su temi totalmente disomogenei.

Allora che senso ed utilità dobbiamo attribuire al blog?

La mia personale conclusione è che il blog è la dimostrazione palese di quanto sia umana la necessità di apparire, di comunicare, di dare visibilità alla propria personalità.

Una necessità che è implicita nella natura umana ma che forse è sempre più sentita in un mondo in cui l'estetica dell'apparire schiaccia sempre più la personalità, l'individualità, le differenze.

Di certo con internet il modo di comunicare è cambiato, una volta l'informazione e la cultura erano privilegio di pochissimi, il "volgo" non sapeva leggere e di ciò che gli succedeva intorno sapeva poco e niente.
Poi la civiltà per fortuna si è evoluta, la cultura ha avuto una maggiore diffusione e l'informazione ha cominciato ad espandersi a macchia d'olio.

Ma comunque nell'era pre-internet le informazioni continuavano ad arrivare attraverso pochi canali ben precisi e da poche persone il cui compito era proprio quello di informare il cittadino comune, o di raccontargli storie attraverso libri e fiabe, il cittadino veniva “imboccato” con cibo precotto da altri.

Con internet è avvenuta una vera e propria rivoluzione, perché l'uomo medio ha cominciato ad entrare in cabina di regia ed a diffondere egli stesso le informazioni, molto spesso creando un vero e proprio scompiglio nelle dinamiche del mercato informativo.

Oggi assistiamo preoccupati a molte pressioni politiche tese ad introdurre sistemi di “censura” su internet, soprattutto da parte di quelle grandi corporazioni che detengono il mercato dell'informazione.
Molti sono i movimenti spontanei nati per contrastare questo tentativo di ritorno ad un'egemonia della comunicazione e per il momento la forza stessa di internet, che è insita nella sua pressoché totale democraticità ed ingovernabilità, ha avuto la meglio.

Uno degli attacchi all'informazione via internet che meglio ha colto il segno è quello relativo alla credibilità delle “conoscenza” che internet diffonde, esemplari in tal senso le critiche a Wikipedia, attaccata a causa delle informazioni volutamente distorte che a volte individui scorretti e senza scrupoli inseriscono al suo interno.
Personalmente continuo a ritenere che l'informazione di vecchio stampo contenga spesso elementi di propaganda e falsità esattamente come avviene per internet, con l'aggravante però che l'informazione “unimediale” non è moderata da alcuna dialettica democratica, non è sottoposta ad alcuna verifica e raramente concede spazio a chi ne contraddice i contenuti.

Le stesse “rettifiche” offerte dai quotidiani sono in primo luogo alquanto rare e, soprattutto, ricevono spazi nelle pagine e negli angoli più nascosti del giornale, la “rettifica” invece è parte essenziale del processo informativo di Wikipedia o di qualsiasi altro blog d'informazione.

Quindi: è vero che su internet le bufale si diffondono a macchia d'olio, ma è anche vero che vengono smentite con altrettanta velocità e che l'autore della bufala rischia di essere sbeffeggiato e di perdere tutta la credibilità che aveva acquisito con i suoi precedenti lavori.

Semmai il vero rischio che l'informazione massificata di internet porta con se è un altro, ovvero, esiste la reale possibilità che tutto questo eccesso di informazione, di opinioni espresse da tutti su tutto, di informazioni distribuite a macchia d'olio, si trasformi solo in un gigantesco vociare di massa, un rumore di fondo incomprensibile che alla fine in buona sostanza non è in grado di dire niente di chiaro e sostanzialmente rilevante, il rischio è che diffondere informazioni diventi come spargere sale nell'oceano.

L'unica strada percorribile per scongiurare questo pericolo è educare gli individui al senso critico, alla capacità di discernere la verità dalle bufale, tutti aspetti che devono essere caratteristica essenziale della capacità stessa di ricavare informazioni, qualunque sia il mezzo che le produce.

Insomma, la vera cultura nel futuro sarà nelle mani di coloro che sapranno cercare le informazioni e dargli un senso compiuto, una collocazione precisa, per poi distribuirle in una logica più accessibile al cittadino medio.

Staremo a vedere, di certo sarà paradossale ma nell'era della comunicazione globale l'uomo si sta isolando sempre più ed ha spesso difficoltà a comunicare con il prossimo, una qualche ragione ci sarà o no?

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Una Risposta to “Bloggare è comunicare? Facciamo bene ad affidare la nostra conoscenza ad internet?”

  1. Nexso scrive:

    La ragione credo che sia la paura di rimanere soli. Noi esseri umani preferiamo di gran lunga uccidere il proprio io, al fine di stare insieme ai nostri (presunti) simili, piuttosto che confrontarci con essi esponendo le nostre idee. I nostri sogni. Noi stessi.

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