Quando il termine ''copyright'' potrebbe essere tradotto semplicemente in ''censura''

27 apr
2007

Shelley Batts
Shelley Batts

La storia che sto per raccontarvi è semplice, in USA è una storia simile a tante altre già raccontate e credo che, grazie all'approvazione della controversa direttiva IPRED2, si ripeterà, con sempre maggiore frequenza, anche nel territorio Europeo.

Questa volta la protagonista del nostro racconto è Shelley Batts, una ricercatrice che, incidentalmente, ha deciso anche di gestire un blog personale in cui scrivere della sua grande passione: le scienze.

Il blog di Shelley è andato avanti senza particolari problemi, questo fino a quando la giovane ricercatrice, dopo aver letto su BBC News di uno studio secondo il quale l'alcool rende la frutta più sana. Non condividendo affatto i risultati e le conclusioni a cui erano giunti gli autori dello studio Shelley ha deciso di pubblicare una sua controanalisi.

La controanalisi di Shelley non dev'essere piaciuta affatto agli autori dello studio originale, i quali hanno immediatamente inviato alla ricercatrice, tramite uno studio legale, una diffida ad eliminare immediatamente l'articolo dal suo blog perché scritto in violazione delle norme in materia di copyright.

In realtà la denuncia che i ricercatori hanno inviato contro la donna è assolutamente campata in aria. Gli Stati Uniti infatti hanno una severa legislazione per la tutela del copyright, io stesso l'ho criticata più volte, ma hanno anche una splendida dottrina legislativa, definita Fair Use, che in sostanza consente l'utilizzo e la diffusione di materiale coperto da Copyright, a patto che tale utilizzo serva per fini didattici oppure al progresso della scienza e delle arti utili.

Ma la realtà delle cose è che il potere è sempre dalla parte delle lobby, la legge in questi casi contano poco.

Shelley avrebbe potuto benissimo rimanere sulle sue posizioni ed affrontare il processo che, viste le norme sul fair use, avrebbe molto probabilmente vinto. Ma quale blogger, o in generale, quale persona "normale" affronterebbe una costosissima causa legale per un semplice articolo su un blog?

La stessa Shelley si chiede, come si può parlare di fair use, quando le attuali leggi sono così controverse da consentire a schiere di avvocati di denunciare chiunque, senza che ci sia prima un'analisi sulla legittimità di ciò che è stato pubblicato? Tradotto in soldoni è come se la "presunzione di innocenza", nell'era di internet, fosse stata nuovamente trasformata in "presunzione di colpevolezza".

Le corporation infatti, forti di leggi costruite a loro favore, ormai utilizzano il metodo della "denuncia preventiva" per intimidire il consumatore, il blogger, ed in generale chiunque non abbia i mezzi economici per tutelare i suoi interessi, in più, grazie a norme come l'IPRED2, hanno ottenuto diritti d'indagine su "possibili sospettati", in sostanza la legittimazione di una polizia privata in grado di controllare legittimamente eventuali "sospette violazioni del diritto d'autore".
Con queste nefaste leggi la distanza tra "tutela del diritto d'autore" e "censura" sta diventando sempre più breve.

Per la cronaca Shelley ha risolto il problema eliminando le parti "contestate", in sostanza UN grafico presente nell'articolo originale, e sostituendole con proprie elaborazioni, in questo modo la disciplina sul "fair use" non è più contestabile e lei non può rischiare alcuna ritorsione da parte della rivista scientifica detentrice del copyright.

In Italia però non esiste nessuna disciplina giuridica simile al fair use americano, ed infatti succedono cose come questa:

Immagine anteprima YouTube

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Credo sia necessario ribellarsi in tutti i modi a questi nuovi metodi di "repressione" del pensiero.

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Una Risposta to “Quando il termine ''copyright'' potrebbe essere tradotto semplicemente in ''censura''”

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